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Recensione della mostra di Morbegno, ottobre 2014 (di Alessandro Caligari).

Paradossalmente in Valtellina l’arte dell’intaglio, o della scultura lignea, non è molto diffusa. Dico paradossalmente per due motivi: il primo è che in un luogo in cui il legno è presente in grande abbondanza ci si aspetta una grande confidenza con questa materia, compreso l’approccio artistico ad essa. Il secondo, di carattere storico, sta nel fatto che, a partire dall’inizio del ‘500, le più grandi botteghe di intagliatori rinascimentali dell’alta Italia (Del Mayno, De Donati, Bussolo solo per citarne alcuni) per ragioni che qui non sto a dire, arrivano in Valtellina e qui si fermano per lavorare diversi decenni. E’ logico quindi aspettarsi che da questo flusso di conoscenze e abilità nasca una tradizione artistica. Invece non è così e, a differenza per esempio degli altoatesini, in Valtellina non abbiamo questa consuetudine artistica con il legno.

Mi piace quindi trovare, in maniera abbastanza inaspettata, questa mostra di Ivan Fabani. Intagliare non è facile: il legno non è un materiale isotropo, ha vene, ha nodi, ha una sua vita anche dopo il taglio. Intagliare non è modellare, non c’è possibilità di ripensamento, si può solo correggere il tiro. Occorre avere l’”occhio” per sapere far emergere quello che è già contenuto nel pezzo che hai davanti. Ivan, con quella continua ricerca da autodidatta che lo contraddistingue, si è infilato in questa esperienza.

Le sue opere coprono un arco temporale che va dal 1999 ad oggi, anzi viene qui esposto anche un lavoro in corso. Sono opere diverse tra loro, per materia e per metodo. I pezzi più datati hanno un approccio figurativo, con richiami all’arte africana, alla scultura etrusca (a cui c’è un diretto rimando nell’”Ombra delle sera”) a cenni modiglianeschi, soprattutto nei modi in cui i colli si allungano, gli occhi diventano fessure, le forme di teste e colli sono iscritti in archi appuntiti e slanciati. Viene da pensare anche al bregagliotto Alberto Giacometti, di cui però non segue l’indirizzo verso figure sempre più filiformi. Al contrario si passa col tempo a forme piene, smussate, a volte placide, con predominanze di concavità e convessità, a volte più vibranti come l’”onda”, riprodotta in scale diverse. C’è poi un’altra fase, in cui viene perseguito lo scavo del volume, svuotandolo e fessurandolo per ottenere vibrazioni luminose diverse.

Ivan usa essenze diverse, e quando le differenze cromatiche non bastano ricorre al colore, ibridando la scultura con la pittura.

Interessante l’ultima fase, “urbana”, con lo sviluppo di una sorta di planimetria tridimensionale, creando forme al contempo reali ed astratte.












 
  Ivan Fabani al lavoro con l'opera "Onde"